Alberto Burri al Guggenheim di New York

A cento anni dalla nascita di Alberto Burri, il Museo Guggenheim di New York omaggia l'artista con una grande mostra retrospettiva, che segna il ritorno delle sue opere negli USA dopo ben 35 anni.

La mostra, che ambisce ad offrire un excursus globale sulla vita e la carriera artistica di Burri, lo fa assurgere a figura centrale nell'arte mondiale del secondo Dopoguerra e vuole far conoscere al pubblico americano le principali dieci serie di opere che oltreoceano sono ancora poco note.

 Nato a Città di Castello nel 1915, Burri si laureò in medicina nel 1940 e durante la guerra fu medico caporale. Proprio in quel periodo visse un'esperienza molto dolorosa perché nel 1943 fu fatto prigioniero dagli americani e rinchiuso in un campo di concentramento per non cooperatori a Hereford, in Texas, insieme allo scrittore Giuseppe Berto e al politico Beppe Niccolai. Burri reagì alle difficoltà della sua situazione cominciando a disegnare e utilizzando per le sue opere il carbone, la juta, e altri materiali poveri. 

Nel 1946, tornò a Roma e già in quell'anno tenne la sua prima esposizione personale. Dal 1948 cominciò a esporre le sue prime serie di opere astratte: Catrami e Bianchi. Per tutta la vita l'artista avrebbe catalogato le sue opere in serie, e avrebbe intitolato queste ultime con il nome del materiale maggiormente usato per realizzarle, il colore o la tecnica dominante.

Nel 1950 proseguì con le serie Muffe e Gobbi e, sempre in quegli anni, cominciò a realizzare la sua serie rimasta poi più famosa, sia in Italia che negli USA, i Sacchi.

Grande fu anche il successo della sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1952 e delle prime mostre americane a Chicago e New York nel 1953. Negli anni '50, Burri cominciò a utilizzare il fuoco per realizzare piccole combustioni nelle serie Legni, Plastiche e Ferri.

Le prime retrospettive antologiche sulle sue opere si realizzarono in tutta Europa a partire dagli anni '70. Proprio in quegli anni, l'artista cominciò a realizzare opere sempre più monumentali, nelle serie Cretti e Cellotex, utilizzando materiali poverissimi e di uso industriale.

Nell'immediato dopoguerra predilesse l'uso di pietra pomice, catrame, lino, e tela ruvida di sacco. Nel pieno boom economico degli anni '50, invece, amò il legno impiallacciato, l'acciaio laminato e la plastica. Burri assemblava questi materiali e sapeva renderli opera d'arte cucendoli, saldandoli, strappandoli e bruciandoli, lasciando che si fondessero e diventassero altro.

Il Guggenheim Museo di New York ospitò una prima antologica dal titolo "Alberto Burri. A retrospective View 1948-77" nel 1977 ma ventisette anni dopo Burri vi ritornò per partecipare alla mostra "The Italian Metamorphosis 1943-1968".

Anche la sua patria dedicò a Burri i giusti onori: nel 1981 venne istituita la Fondazione Burri a Città di Castello, nel 1984 Brera gli dedicò una mostra monografica, nel 1994 le sue opere sbarcarono agli Uffizi così come in tutti i principali musei del mondo, dal Centro Pompidou di Parigi alla Tate Gallery di Londra, fino al MART di Rovereto.

Burri morì a quasi 80 anni a Nizza, nel 1995; dopo la sua morte altre mostre in tutto il mondo gli tributarono un posto d'onore tra i più grandi artisti del '900.

Nell'opera artistica di Burri si notano dei temi ricorrenti: la fusione di pittura e scultura, l'uso di prodotti industriali, la ridefinizione dello spazio e del tempo, in bilico tra coesione e disgregazione, e dello spazio monocromo che nella perfezione della propria classicità squarciata da tagli impietosi denuncia le lacerazioni della vita, dei corpi e della società.

La generazione di Burri ha conosciuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale: l'orrore provocato dai totalitarismi e dal genocidio fa sì che gli artisti di quel periodo sentano con particolare sensibilità l'inadeguatezza degli strumenti espressivi fino ad allora utilizzati da arte e poesia e comincino a cercarne di nuovi per realizzare opere da proporre come denuncia o come mezzo salvifico per l'umanità.

E' così che le superfici di Burri si fanno materia bruciata, lacerata, strappata. Queste opere sembrano ingoiare un urlo di dolore e nel medesimo modo l'artista stesso soffoca le parole per spiegare le sue tele: non esistono termini, secondo lui, che possano trasmetterne l'essenza e le referenze storiche. E, nonostante questo, è in grado di mostrare con chiarezza allo spettatore come quelle lacerazioni, quei materiali poverissimi, quei tagli e quelle bruciature si trasformino e si elevino a esempio tangibile di sensualità e bellezza.

Di solito si considera Burri un esponente di spicco dell'Informale Europeo: in realtà, però, l'artista riesce ad andare oltre questa corrente e oltre la pittura gestuale dell'Espressionismo Astratto americano per arrivare a influenzare profondamente l'Arte Povera, il Neo Dada, il Post Minimalismo e l'Arte Processuale.

La mostra monografica del Guggenheim di New York ci ricorda il valore di questo artista non solo nell'arte ma anche nella cultura del secolo scorso. Le sue tele continuano a parlare agli uomini del nostro secolo e continuano a trasmettere un messaggio più che attuale. Resta un po' di amarezza nel constatare che in Italia un anniversario così importante non sia stato celebrato con pari orgoglio e come spesso accade dobbiamo imparare dagli altri paesi quanto la cultura e l'arte italiana siano state centrali per lo sviluppo del pensiero contemporaneo.

Per fortuna, anche se i media non vi hanno dato grande risalto, alcune iniziative sono state intraprese per celebrare quest'anno così importante. A San Sepolcro, ad esempio, la mostra ''Rivisitazione: Burri incontra Piero della Francesca'' per la prima volta ha messo a confronto i due maestri e anche a Milano è stata ricostruita la scena con i disegni originali realizzata da Burri nel 1973 nel Parco Sempione.

La Regione Sicilia, inoltre, si è impegnata a far rivivere il Grande Cretto di Gibellina, la famosa opera di Land Art realizzata da Burri tra il 1984 e il 1989 per congelare la memoria storica della città vecchia di Gibellina, completamente distrutta da un pauroso terremoto alla fine degli anni '60.

Infine, la mostra dedicata all'artista dal Guggenheim di New York si sposterà in Germania per arrivare poi nella sua città di Castello nel 2016. Insomma, una sorta di ritorno in patria, un lungo cammino che vedrà tornare le opere del grande maestro nella città che orgogliosamente gli diede i natali.